Gianfranco Zola: «A Oliena sono diventato Magic Box»

Giugno 9, 2019

In paese per il torneo e la rassegna letteraria: «È qui che ho assorbito i valori che contano»

di Luca Urgu (La Nuova Sardegna 7 giugno 2019)

OLIENA. Gianfranco Zola e la sua Oliena non si sono mai persi. Qui nel paese dove è nato e cresciuto prima di diventare un campione a livello mondiale, torna puntualmente anche più volte durante l’anno, quando si libera dagli impegni professionali sempre più pressanti. Nella casa di famiglia al numero 70 di via Italia abita ancora la mamma Giovanna, 87 anni, portati benissimo. È lei, mentre innaffia i gerani al piano terra, che ci accoglie con un sorriso smagliante assieme alla figlia Silvia, arrivata da poche ore anche lei dall’Emilia dove lavora, per partecipare con la famiglia allargata al torneo giovanile dedicato a quel pioniere del calcio che fu Ignazio Zola, compianto genitore del campione, ma anche alla rassegna “Leggere lo sport”. Due eventi uniti da un comune filo rosso: la pratica sportiva e la cultura possono e devono procedere di pari passo.

Il muro imbiancato. Gianfranco Zola, reduce da una stagione esaltante, ma anche difficile con il suo Chelsea, dove ha fatto il secondo a Maurizio Sarri, mostra la cortesia e la signorilità che da sempre lo contraddistingue anche quando gli si chiede – cavalcando l’attualità del momento – se sa qualcosa del possibile passaggio di Sarri alla Juventus. «Mi dispiace non so nulla. Siamo rimasti che ci saremo sentiti in caso di novità» dice Magic Box che proprio in queste ore sta iniziando a scaricare le tensioni del lavoro per iniziare la fase dell’agognato relax. Abbandonati in fretta i temi sulle prospettive future è meglio guardare al passato, al Gianfranco bambino, che come tutti da queste parti giocava in strada. Da casa sua basta fare pochi passi per arrivare davanti al muro dove aveva disegnato una porta e si allenava per ore, instancabile. «Incredibile, l’hanno imbiancato, fino a pochi mesi fa c’era ancora», sorride sorpreso nel non vederla più. 

Dalla Corrasi a Londra. Poi il gioco di tornare indietro nel tempo con la memoria e con i ricordi continua nel salotto di casa abbellito da trofei e riconoscimenti guadagnati durante una carriera fantastica e in costante ascesa. Un percorso che lo ha portato dalla sua Corrasi alla Nuorese, passando poi per la Torres («a Sassari sono stato davvero bene e ho vissuto per la prima volta da solo»), il Napoli («posto meraviglioso»), il Parma («signorile»), fino ad approdare diventandone un idolo al Chelsea di Londra. Infine un ritorno a casa al Cagliari per due stagioni da incorniciare. «Se dovessi chiudere gli occhi e tornare indietro nel tempo mi viene in mente Pane Carasau, avevo 7 anni ed è stata la prima squadra a cui mi sono iscritto, la allenava mio cugino che aveva un panificio qua di fronte. Dopo i primi calci in strada è stata la prima formazione vera dove ho militato per poi passare alla Corrasi e poi da lì seguire tutto il percorso», dice l’allenatore, oggi 53 enne.

Testa, cuore e tenacia. Talento, estro e fantasia per Gianfranco Zola era doti naturali. Chiunque lo vedesse giocare non poteva non accorgersene, occorreva però lavorare sul fisico gracile che in quegli anni giovanile rimaneva un limite. «Io sicuramente ero un bambino con delle qualità, ero bravino ma non ero l’unico. In quegli anni c’era una bella leva calcistica. Forse io rispetto ad altri ho preso il tutto più seriamente, avevo voglia di crescere e migliorare e anche con tanti sacrifici, personali e dei miei genitori, ho investito tanto sul calcio. Per me la questione non era solo andare in campo, guardavo le partite, fantasticavo, cercavo di andare oltre i miei limiti. Provavo a metterci testa, cuore e tenacia». Tornando al fisico che rischiava di essere un ostacolo per uno che a tutti i costi e a ragione voleva una carriera da professionista Zola utilizza un detto pronunciandolo direttamente in inglese “what does not kill you makes you stronger”(ciò che non ti ammazza ti rende più forte).

Entusiasmante Dinamo. «Il grado delle difficoltà che incontravo determinava anche le mie reazioni, il fatto di non avere un fisico aitante mi ha comunque spinto a migliorarmi, a impegnarmi sempre di più, a sviluppare l’arguzia. Tutti comportamenti o contromisure necessari per accorciare o annullare le distanze con altri avversari che erano messi molto meglio di me. Un po’ come la filosofia Dinamo di quest’anno: «Ho visto da Londra l’altro giorno gara 3 con Milano, bellissima e entusiasmante», ha detto Zola che stravedeva per Michel Jordan. «Se lavori sull’esplosività magari puoi colpire di testa e superare un difensore più alto di te», dice. L’esempio fa venire in mente quel favoloso gol che Zola fece alla Juve di testa salendo in cielo in elevazione superando il francese Zebina. 

Pesi e judo. «Quello è un caso tipico, ma quel gol e altre situazioni simili arrivano da lontano, già quando ero alla Corrasi per mettere su massa muscolare il mio allenatore di allora Zomeddu Mele mi mandò a lavorare da Nardino Masu (compianto campione di pesistica e maestro di vita), fu un’intuizione fondamentale che mi servì tantissimo negli anni successivi. Un altro sport che praticai e che anche questo mi lasciò un bagaglio importante fu lo judo, mi ha insegnato a controllare il corpo e a cadere nel modo opportuno. Alla fine quello che sono diventato è dovuto alla somma di una serie di percorsi e incontri», rimarca Magic box. Dal 2008 vive con la famiglia a Londra ma tornare nella sua Oliena serve per ricaricare le batterie. Il paese non opprime ma trasferisce affetto e buoni sentimenti. «Questo è il posto dove non solo sono cresciuto calcisticamente ma soprattutto come uomo. Qui ho assorbito i valori che contano. Sinceramente non posso pensare a nessun altro migliore per sviluppare quelle qualità morali e umani fondamentali se vuoi arrivare a un certo livello», rimarca, «quello che ti arriva dagli amici, il loro calore, le persone che vogliono e desiderano il tuo bene rappresentano davvero degli aspetti importanti. È vero che negli ultimi anni ho vissuto il paese un po’ meno per via degli impegni professionali e della famiglia, ma mi rendo contro che bastano tre-quattro giorni per riprendere quel filo dell’emozione, così forte e viscerale, ma soprattutto per fortuna, mai reciso».

I meriti della famiglia. Sempre per rimanere sui valori, la famiglia è un timone da tenere saldo che in passato (ma anche ora) sa indicare la rotta anche davanti a scelte difficili. «I miei genitori sono state delle figure fondamentali. Quando si trattava di scegliere se continuare a studiare o puntare come io desideravo al calcio, mi hanno sostenuto. Non finirò mai di ringraziarli, anche perché non era scontato che accadesse così. La nostra era la realtà di un piccolo paese dell’interno dove si viveva di pastorizia, agricoltura e i figli si mandavano a studiare. Mio padre è stato pastore, camionista e poi barista, non un uomo di sport, eppure mi ha seguito e stimolato in un percorso poi gratificante e appagante. Oggi, dopo come è andata anche io sono contento per loro e per il loro coraggio».

Il dono di Dieguito. Oggi si è sempre più consapevoli di quanto sia importante anche per uno sportivo riuscire ad allenare la mente, per dirla un po’ alla latina con l’adagio sempre valido “Mens sana in corpore sano”. «Sviluppare capacità di ragionamento per uno sportivo non è più un optional. Ci piace in questi giorni a Oliena aver abbinato il momento culturale al torneo giovanile. Sono due mondi che legano. Entrambi aspetti importanti per la crescita dei ragazzi», dice Zola che si rende conto del rallentamento nella pratica sportiva delle nuove generazioni. Lui cresciuto con il ping pong o il biliardino e i mille tornei che animavano il Bar Zola non nasconde la preoccupazione. Per tornare al calcio, stravede per Hazard del suo Chelsea («Ha capacità straordinarie ed è migliorato molto»), poi si stringela maglia numero 10 del Napoli che gli diede Maradona con una dedica speciale. «Giocavamo a Pisa nel 1991, lui entrò in campo con la 9 e a me diede la 10. Un grande gesto da una persona che aveva tutto il mio rispetto e considerazione. Fu un dono e un forte stimolo per il mio futuro». 

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