Bravi & Camboni

Paolo Piras

L’epica minore del Cagliari: piedi storti, teste matte e colpi di genio.

Facile parlare solo di campioni, nel tempo della TV onnipresente. Più difficile è conservare e tramandare l’epica dei “camboni”, gli scarponi volenterosi i cui svarioni sono avvolti nelle leggende da bar. La storia del Cagliari, fatta di brevi glorie e lunghi periodi di purgatorio, è una galleria di eroi e bidoni, di gesta e di disastri, e di tanti gregari ingiustamente dimenticati. Calciatori, presidenti, allenatori: trentatré ritratti per altrettanti tipi umani, uniti nell’idea ostinata che un altro calcio sia possibile.

L’epica del calcio nel libro di Paolo Piras

La prefazione di Gianni Mura

Piras contiene molte cose: parti del grappolo d’uva, riferimenti a rettili, concessionarie di pubblicità, paesi in provincia di Varese e di Salerno, questo più noto per la spigolatrice, ma anche uno storico, un calciatore di serie A che suona come una capitale europea nonché detonazioni che vorrei paragonare più a spettacoli pirotecnici che a colpi d’arma da fuoco. Se siete arrivati fin qui significa che il libro l’avete già comprato, ma io non credo che una prefazione serva a far vendere libri, posto che a qualcosa serva. Dal mio punto di vista, serve a far capire che un libro, questo libro, l’hai letto e che cosa ne pensi. Ne penso bene, è ovvio, altrimenti non scriverei la prefazione.

Ma, sinceramente, questo viaggio tra grandi e piccoli giocatori, allenatori, presidenti del Cagliari, mi ha dato molto più di quanto mi aspettassi. Perché tra le molte cose che Piras contiene e che stavolta non anagrammo c’è una rara facilità/felicità di scrittura unita al gusto del racconto. Sempre più sinceramente e consapevole di non farmi degli amici, mi sono chiesto: ma che ci fa alla Rai uno che scrive così bene? Poi ho pensato a quanti giornali, oggi, assumerebbero uno che scrive così bene, mi sono dato una rapida risposta e ho deciso di cambiare argomento.

Il Cagliari, per chi non vive sull’isola, è un’altra cosa. Nulla so del campo di via Pola e quindi del signor Camboni, all’Amsicora ci sono stato e anche al Sant’Elia (ma preferivo l’Amsicora). La Sardegna era un posto da cui si partiva pur di non fare il pastore (anche mio padre partì) e dove si finiva per punizione. Un avamposto dell’Africa. Un covo di banditi. E pure scomodo, aereo o nave che fosse. Così, dall’alto, Gigi Riva vedeva per la prima volta la Sardegna, e molti altri calciatori la vedevano allo stesso modo. Ma c’era il vincolo: se rifiutavi il trasferimento avevi chiuso col calcio. Così arrivavano, a muso lungo. E scoprivano, Riva e gli altri, un po’ alla volta, ricchezze naturali e umane.

A Cagliari e in una Sardegna che ogni domenica si sporgeva verso Cagliari, chi poteva ci andava e sennò era un gran girare manopole di radio e radioline. In trasferta il Cagliari era quasi in casa: a Torino, a Milano, a Genova, a Bergamo, a Bologna, a Roma, a Firenze tutti i sardi emigrati andavano allo stadio, qualcuno arrivava anche dalla Svizzera, dalla Francia. Il coro più gentile, ai tempi, era pecorai (pastori, già d’altro livello). Mi disse Riva, quando ancora giocava, che questi cori caricavano la squadra, già carica di suo. Adesso vi facciamo vedere come giochiamo noi pecorai. Quattro-cinque passaggi, gol, ciappa su e porta a ca’. Questo è lombardo. Come lombardi, veneti, brasiliani, pugliesi, friulani, toscani erano i giocatori. Nessun titolare era nato in Sardegna. L’ultimo dei Mohicani, Congiu, fu scalzato quando Silvestri gli preferì Riva.

A proposito di Silvestri, nel libro di Piras oltre al Piras medesimo ho scoperto altre cose. Il pugno di Silvestri a Greatti, per esempio, e l’ammutinamento dello spogliatoio. Pure, ed è bello e giusto che queste pagine lo ricordino, Silvestri contribuì ad abbozzare quel che Scopigno avrebbe trasformato in leggenda: il Cagliari dello scudetto. Quegli anni non torneranno più, vanno ripensati e, chi può, rivissuti con affetto, ma non torneranno più. Non solo perché uno come Riva nasce ogni cinquant’anni, ma perché se fosse già nato e in attività oggi non andrebbe al Cagliari. E poi perché quel Cagliari senza sardi, passato da un sergente di ferro a un filosofo, non era solo Gigi.

In quegli anni, specie d’inverno quando il ciclismo era fermo, la Gazzetta mi mandava appresso al Cagliari, quando si fermava al nord, spesso in Veneto, per via delle due partite consecutive in su continente. Dal martedì al venerdì, poi arrivava il grande inviato che avrebbe coperto vigilia e partita. Un mercoledì Scopigno interruppe la partitella dopo che Riva era entrato duro su Martiradonna. Non urlò, Scopigno (e quando mai?), ma gli disse: non fare il cretino, se manchi tu possiamo cavarcela ma se manca Mario domenica perdiamo. Gigi abbassò la testa e non disse nulla, sapeva di aver torto. Quel Cagliari aveva gli uomini contati, ma erano tutti uomini veri e bravi calciatori, in qualche caso ottimi. E comunque, anche se il termine non era ancora di moda, facevano gruppo. Gli scapoli mangiavano al Corallo, Riva i compagni lo chiamavano Hud (dal film Hud il selvaggio con Paul Newman). Succedeva che, senza preavviso, si alzasse da tavola e andasse a guidare sulla costa ad altissima velocità. «Dopo un giretto con Gigi ho fatto l’assicurazione sulla vita», mi ha raccontato Boninsegna.

Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti, commenterebbe l’avvocato Paolo Conte (milanista). Ma si sbagliava poco. Senza il coraggio e i gol di Riva, che riportavano al tempo nuragico dei re guerrieri, non ci sarebbe stato scudetto. Ma i gol di Riva non sarebbero bastati, se intorno non avesse avuto una squadra capace di incassare solo 11 gol in 30 partite. «In questi 11, contiamo anche un rigore e un autogol», ha puntualizzato Cera. Contiamoli pure, il numero resta sbalorditivo. E racconta una squadra forte in attacco, un centrocampo di piedi buoni, una difesa esperta. Una squadra completa tecnicamente, tatticamente e umanamente. Una squadra che non andava in ritiro, una squadra in cui quasi tutti fumavano e non bevevano solo acqua minerale, una squadra i cui componenti erano garanti di sé. Riva l’ha chiamata libertà, Cera responsabilizzazione. Qualcosa di impensabile, nel calcio-caserma dell’epoca.

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Riva, per sempre hombre vertical, lombardo ormai più sardo dei sardi, ha una storia sua, piena di dolori e risentimenti, quando mette piede a Cagliari. È solo e ringhioso come un cucciolo di lupo. Di famiglie, di case che si aprono, ne trova tante. E non vuole più muoversi da Cagliari. Ma gli altri? Avevano altre storie alle spalle, meno dolorose, eppure più della metà di quelli dello scudetto è rimasta a Cagliari anche dopo. Quasi mezzo secolo dopo è ancora lì, e qualcosa vorrà dire.

[…]

E mi vengono in mente giocatori di quel periodo: Tiberi detto Barone Taplicek per la non eccelsa statura, Vescovi che portava la finocchiona in ritiro, il portiere Pianta, Longoni, Brugnera l’Hidegkuti dei poveri (poveri si fa per dire), Rizzo, Roffi, il trottolino Nastasio. Sono anche loro pezzi di una storia che poi è diventata leggenda e poi cronaca. Con due eccezioni: Francescoli, non a caso chiamato il Principe (e non a caso Zidane ha chiamato Enzo suo figlio), e Zola. Mura, tu parli bene di Zola perché sei sardo, mi hanno detto un sacco di volte. Mezzo sardo, prego, e comunque non è indispensabile essere tedeschi per apprezzare Beethoven. Zola per me è stato uno degli ultimi fuochi accesi nel deserto della tecnica, spazio solo ai muscolari. Ogni tanto mi invitano nelle scuole e mi chiedono un solo episodio per illustrare la bellezza del calcio. Già mi sono accorto che a parlargli di Maradona o Platini si smarriscono, vivono in un presente popolato di top players che spesso sono pop players ma anche così fanno comodo. Il bello del calcio, gli dico, è che Zola è alto così e Zebina così (e faccio due altezze dal suolo, con le mani: meno di 1.70 per Zola, più di 1.85 per Zebina). Eppure Zola fa gol di testa alla Juve saltando 20 centimetri più alto di Zebina. Se c’è una cosa che mi dà fastidio è che gli inglesi abbiano capito Zola più degli italiani, molto di più. E gli inglesi non sono sardi, per tornare al discorso di Beethoven, ma forse intuiscono gli angeli al primo batter di piume, come diceva Veronelli.

Ad honorem, Francescoli e Zola meriterebbero di figurare nel Cagliari della leggenda, ma non saprei chi togliere da quella squadra lucente come l’oro e dura come la roccia, come i basalti e i graniti che Pinuccio Sciola a San Sperate (e nel mondo) fa suonare e cantare. Solo un sardo poteva immaginare di far suonare le rocce, e riuscirci. Certo non toglierei Greatti, funambolo di silenzi. In camera, lui e Reginato forse si dicevano ’notte per risparmiare due sillabe. E i friulani sono i più vicini ai sardi, per mentalità. Tra campioni e camboni (coppa dei?) Paolo Piras ha allestito un campionario (cambonario?) molto variegato. Nulla sapevo di Minguzzi e Katergiannakis, poco di Abeijón e Silva, ora ne so di più e ringrazio. Però ho visto Gallardo calciare un rigore contro la traversa e il rimbalzo finire quasi a centrocampo. Però ho visto calciatori più pingui del Piras di Selargius: Zaglio, Fara, un genio nel dribbling di suola, Pianca, centravanti detto u rrussu a Reggio Calabria e chiamato Prosciutto dai compagni. Per non dire del sommo Puskás. Ma voglio tornare al Piras autore.

Le prime otto righe del pezzo su Gallardo sono da grande narratore sudamericano, tutto il resto è roba buona che va giù bene e non resta sullo stomaco. Libri del genere sono e saranno sempre sotto rischio: di enfasi, di nostalgia canaglia, di reducismo, di fretta eccessiva nella raccolta del materiale o nell’elaborazione, di trombonismo. Questi rischi Piras li evita con l’elasticità di un giovane slalomista e l’accortezza di un anziano fondista. C’è senso dell’umorismo ma anche umanità, in certi casi pietas. Ci sono molti modi di notificare la broccaggine vera o presunta. E la leggerezza è apprezzabile, come la stima per chi al Cagliari ha dato tanto e poco ha ricevuto. Perché il tempo è galantuomo, ma anche i giornalisti, volendo, possono esserlo.

GIANNI MURA

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